Afghanistan, piu’ paura del futuro che del sangue

Q Code Magazine, 20 Marzo 2016

“Dove è successo? Quanti morti? Feriti? Ma ci sono stranieri? Poi se si può scrivere qualcosa bene, altrimenti non si mette neanche in pausa il video che scorre sul computer.

Quanti afghani devono morire per rispondere ai criteri di ‘notiziabilita’? Due minatori gallesi equivalgono a 100 pakistani, dice Wikipedia. Quello che mi hanno insegnato all’università in realtà, neanche me lo ricordo più. I nostri giornali parlano di coraggiosi compatrioti venuti qui a ridare moralità a un paese che sembra ormai averla persa. In realtà, questi eroi moderni sono cosi’ pigri che non perdono neanche tempo a capire se questa dignità e forza morale c’è ancora o ci sia mai stata.

LA VERITA’, QUELLA CHE RACCONTANO LE STRADE E NON I REPORT, È CHE I RAGAZZI AFGHANI OGGI HANNO PAURA DEL FUTURO PIÙ CHE DEL SANGUE, PROPRIO COME NOI EUROPEI.

Iniziano a lavorare se va bene a vent’anni. Fanno del loro meglio, scrivono, producono, e siedono in ufficio fino alle 6. Poi di corsa all’università, anche privata, nella speranza di un futuro migliore. Si torna a casa alle 10 dopo aver fatto la spesa e provveduto ai bisogni delle donne di famiglia che non possono, o non vogliono, uscire per pudore. E’ questa la classe media di Kabul, non quella povera delle province in guerra. Ci si alza per la preghiera per abitudine, sapendo che la mattina ricomincerà una lotta già persa. A cosa serve comprare una casa se c’è il rischio che un attacco la distrugga? E perché far studiare i propri figli con la paura che vengano rapiti in quanto considerati ricchi? E’ forse meglio rimanere in affitto cosi il costo della sicurezza sarà solo qualche vetro rotto?

Ma queste domande contano poco. La comunità della diaspora afghana, quella che è andata via in tempi non sospetti, oggi è qui a ricostruire il paese, da bravi patrioti. Sono loro che hanno studiato a Londra, New York e Dubai, ad avere i ruoli migliori. Degli afghani veri, quelli che sono cresciuti qui, mica ci si fida tanto. E’ l’afghano ‘occidentalizzato’ quello che piace. E’ a lui che si affidano i progetti per spiegare a chi la guerra ce l’ha ancora viva sul proprio volto, che è inutile sperare. Bisogna sacrificare ancora una volta l’individualità per la comunità. Quella comunità che noi ci siamo presi l’incarico di ricostruire, insegnandogli a piangere per i cani per strada, perché salvare i bambini lo sanno tutti che è troppo difficile.

“Bitch (puttana)”, urlano infatti i ragazzini alle straniere che gli rifiutano il dollaro che per strada. I cani no, non ti fanno sentire così in colpa. Basta qualche centinaio di dollari, un paio di vaccini e un biglietto aereo per avere la loro gratitudine eterna, senza ricevere un domani nessuno sguardo inquisitorio in cambio. Il governo australiano, cosi avanzato e civile con le sue strade pulite e le riserve naturali, questo lo sa bene. Ha investito 6 milioni di dollari per tre film che vogliono convincere gli emigranti a non andare in Australia: “E’ inutile che provi, tanto morirai”, è il messaggio semplice e raffinato che abbiamo imparato a produrre bene, dopo anni di studi in comunicazione. Ma serve a poco questa propaganda poco più elaborata dei tempi della guerra fredda. Chi attende da sempre il proprio turno nella vita, non ha di certo paura di morire: “Mio fratello è bravo, ha studiato inglese ed ora è in Bulgaria. Dove pensi sia meglio che vada? In Italia? c’è crisi in Italia vero? Forse la Germania? E che mi dici del Belgio?”

Ma in Belgio sono appena scoppiate le bombe, amico mio, e ora tutti hanno paura.

“Eh lo so. Prima che arrivavano gli arabi in Europa (Iracheni, Siriani) ed eravamo solo noi Afghani ad andare, queste cose non succedevano”, dice il giovane con una maliziosa ingenuità. Come se per noi ci fosse mai stata veramente differenza tra loro. Come se i miei fratelli italiani veramente sapessero che è a ognuno di loro che devo la mia vita: afghani, siriani, iracheni che siano.

LA DIFFERENZA IN REALTÀ C’È. ED È CHE L’AFGHANISTAN ORA È LONTANO, MENTRE DAESH E LA SIRIA NO. E DOPO ANNI CHE ABBIAMO INVASO LE LORO CASE, CORROTTO IL LORO CIBO E CI SIAMO ARRICCHITI IN NOME DELLO SVILUPPO, È TEMPO DI DIRE ‘BASTA, CI ABBIAMO PROVATO, ORA TOCCA A VOI’.

Business as usual, si dice. Ed ecco che i fotografi prendono i loro attrezzi e volano a Erbil, i cooperanti sognano Gaziantep, e i fortunati si sistemano a Beirut. “Dovevi venire prima, 5 anni fa – continuano a dirmi tutti – allora si che c’erano tanti soldi”. Ora al massimo, puoi lavorare sull’emancipazione delle donne. Perché’ va bene tutto, ma il velo proprio no. Quello noi ancora non lo accettiamo.

E cosi che delle ragazze (bravissime) vanno in giro con la bicicletta fuori Kabul, e vengono nominate per il premio Nobel. Chi con il capo velato è in piazza a ricordare Farkhunda, la giovane donna uccisa dalla massa in pieno giorno solo un anno fa, prende al massimo i titoli dei giornali locali. Poco conta se dopo tutti i soldi spesi in gender equality, il burqa è stato sostituito dal niqab. A noi piace ricordare l’Afghanistan degli hippy anni ‘70, quello dove i signorotti del tempo facevano dagli hotel l’occhiolino al fascino europeo, vestendo le proprie mogli con le gonne corte e i tacchi a punta. L’Afghanistan vero non ci è mai interessato. E’ storia vecchia, distrutta, passata. E che fatica studiare la storia.

Bisogna vendere, e vendere in fretta amori o nemici. Le soldatesse curde sì, perché sono belle. Il nemico, oggi come ieri, rimane sempre lui, quello vestito di nero, il talebano, anche quando la notizia è falsa: “Guardi, io il pezzo su Kunduz e i Talebani non posso scriverglielo perché non è vero”, spiego inutilmente. Non erano infatti i Talebani, durante il loro attacco alla città di Kunduz, a violentare le studentesse. Sono state le milizie pro-governative, quelle finanziate dai nostri, i buoni.

E allora mi rispondono niente, grazie. Come a dire, ‘mi trovi un cattivo come si deve, poi ne riparliamo’. Ma esiste davvero un solo cattivo in guerra? Si, almeno per noi. E sono sempre quelli vestiti di nero. I Talebani, quelli che hanno poi attaccato la tv locale, TOLO news, dopo averla minacciata per mesi proprio a causa di quelle stesse notizie false, pubblicate per giorni come vere. E’ stato un attacco all’informazione, ha gridato il mondo con i suoi titoli di giornale. La stessa informazione che ha applaudito gli strike americani mentre distruggevano la sede della radio dello Stato Islamico a est dell’Afghanistan, in nome della libertà.

Ma noi si sia, siamo per la pace e il giusto. E alla ricerca della pace gli si perdona un po’ tutto. Anche i 15.000 euro al mese per rilasciare bollettini di sicurezza ‘segretissimi’: “evitare tutto, tutte le zone, tutte le guest house, aeroporti, alberghi, strutture commerciali”. Perché da occidentale in queste zone non puoi morire, questa è l’unica vera raccomandazione. Non uscire mai, anche a costo di prendere aerei per spostarsi dentro la città. Qui bisogna rimanere solo per fare le controfigure. Ma in fondo perché fargliene una colpa? Non abbiamo tutti bisogno di uno stipendio che ci permetta di regalare pietre preziose asiatiche come souvenir? Certo che no. Ma ci sono milioni di investimenti nello sviluppo da giustificare, e chi ne fa parte continua a nascondersi dietro etiche improvvisate.

No, io la guerra non l’ho mai vissuta, anche se vivo a Kabul. Ho solo sentito, proprio come voi in Europa adesso, quei suoni improvvisi e distruttivi, a cui ci si abitua sorprendentemente dopo veramente poco tempo. Però ho visto la rassegnazione. E quella sì, mi ha fatto e fa ancora tanta paura. La rassegnata razionalità a una vita da zombie al limite dell’umanità. E’ questo il terrore che non riesco ad affrontare. Chi vuole sentirsi vivo, qui, è solo una disfunzione sociale. Sopravvivono i perdenti, e come ovunque, muoiono gli eroi.

E allora fa niente se oggi si mangia salmone dentro le barricate mentre fuori la gente uccide per fame. Domani, in fondo, forse si muore, e ci sarà un altro eroe da raccontare. Solo che chi fa i soldi per pagarsi il salmone, alla fine non muore mai.